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L’assenza di un “no” non è un “sì”: la legge italiana sulla violenza sessuale fa un passo indietro

Ignorare il consenso minaccia i diritti delle donne

Manifestanti durante il corteo per il diritto all'aborto organizzato il 28 settembre 2022 a Torino dal collettivo femminista "Non una di meno". © 2022 Mauro Ujetto/NurPhoto via AP

Il nuovo disegno di legge sulla violenza sessuale rappresenta un grave passo indietro rispetto all'approccio basato sul consenso nell'affrontare gli abusi sessuali. Invece di rafforzare un approccio fondato sul consenso, il testo rivisto torna a spostare nella pratica l'onere sulle vittime, chiedendo loro di dimostrare di aver espresso un rifiuto esplicito affinché un atto possa essere considerato violenza sessuale.

Questo approccio è in contrasto con gli obblighi dell'Italia ai sensi del diritto internazionale, in particolare con la Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, nota come Convenzione di Istanbul. L'articolo 36 della Convenzione stabilisce che “il consenso deve essere dato volontariamente, quale libera manifestazione della volontà della persona, e deve essere valutato tenendo conto della situazione e del contesto.” In quanto parte della Convenzione, l'Italia è tenuta ad adeguare la propria legislazione affinché la definizione di violenza sessuale si basi sull’assenza di un consenso libero ed effettivo.

A novembre, la Camera dei deputati aveva votato per modificare il codice penale proprio in questa direzione. L'iniziativa bipartisan inizialmente mirava a introdurre un principio fondamentale: il sesso senza consenso effettivo è stupro. Una svolta che aveva fatto sperare che l'Italia potesse finalmente allineare la propria legislazione agli standard internazionali in materia di diritti umani.

Tuttavia, Matteo Salvini, leader della Lega, parte della coalizione di governo, ha sostenuto che la legge proposta, a suo avviso, lasciasse “troppo spazio all'interpretazione individuale” e potesse favorire “vendette personali, da parte di donne e uomini, senza alcun abuso”. Il 22 gennaio Giulia Bongiorno, esponente della Lega e presidente della commissione Giustizia del Senato, ha presentato un emendamento che ha eliminato il riferimento del consenso dal disegno di legge.

La nuova formulazione riporta al centro il concetto secondo cui solo il rifiuto esplicito può costituire violenza sessuale, indebolendo la responsabilità penale per gli atti sessuali compiuti contro la volontà di una persona. Questa misura regressiva è particolarmente allarmante in un Paese dove la violenza contro le donne resta diffusa. Secondo dati preliminari dell’ISTAT, più di una donna su quattro intervistata ha dichiarato di aver subito abusi fisici o sessuali nel 2025.

Pretendere la prova di un “no” esplicito significa ignorare una realtà ben documentata: molte vittime non riescono a opporre resistenza fisica o a esprimere un rifiuto verbale a causa della paura, dello shock o della coercizione.

I legislatori italiani dovrebbero tornare al testo originario e adottare e adottare un emendamento al codice penale che definisca chiaramente la violenza sessuale sulla base dell'assenza di consenso liberamente espresso.

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