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Italia: il processo per il naufragio di Cutro, un’occasione di giustizia

Sei militari italiani rinviati a giudizio per le 94 vittime

I parenti di una persona scomparsa dopo il naufragio di un'imbarcazione di migranti il 26 febbraio sulla spiaggia vicino al luogo del naufragio al largo della costa di Steccato di Cutro, vicino a Crotone, Calabria, il 7 marzo 2023. © 2023 Alfonso Di Vincenzo/KONTROLAB/LightRocket via Getty Images

(Milano, 27 gennaio 2026) – Il processo, previsto per questa settimana, a carico di sei militari italiani per il naufragio di Cutro del 2023, in cui hanno perso la vita almeno 94 persone, rappresenta un’importante occasione per ottenere giustizia per i migranti e per i richiedenti asilo annegati nel Mediterraneo, ha dichiarato oggi Human Rights Watch. A seguito del rinvio, il processo è ora fissato per il 30 gennaio a Crotone. 

Gli imputati, due appartenenti alla Guardia Costiera e quattro alla Guardia di Finanza, sono accusati di naufragio colposo e omicidio colposo plurimo per il naufragio di Cutro, associato al nome della cittadina calabrese vicino a cui è avvenuto.
 
«Il processo per il naufragio di Cutro è un’occasione cruciale per garantire verità e giustizia ai sopravvissuti e alle famiglie delle vittime, e per evitare che tragedie simili si ripetano», ha dichiarato Judith Sunderland, vice direttrice ad interim per l’Europa e l’Asia Centrale di Human Rights Watch. «Non sono solo i singoli militari imputati ad essere sotto processo: qui si tratta di tutte le politiche dello Stato italiano che antepongono la deterrenza e la criminalizzazione dei migranti e richiedenti asilo al dovere di salvare vite umane».

L’aula del tribunale non è lontana dal luogo in cui, nelle prime ore del mattino del 26 febbraio 2023, un’imbarcazione di legno è affondata in mare agitato. Solo 80 persone sono sopravvissute, mentre sono stati recuperati 94 corpi, di cui 35 bambini. Il numero dei dispersi è tuttora imprecisato: secondo le testimonianze, a bordo si trovavano da 180 a 250 persone, provenienti principalmente da Afghanistan, Siria e Pakistan.

Frontex, l’agenzia europea per la gestione delle frontiere, aveva segnalato l’imbarcazione alle autorità italiane ore prima dell’affondamento. Malgrado i segnali di pericolo (la mancanza evidente di giubbotti salvagente, le scansioni termiche che indicavano l’elevato numero di persone a bordo e il peggioramento delle condizioni meteo) non era stata attivata un’operazione di ricerca e soccorso. Basandosi sull’applicazione della legge, la Guardia di Finanza aveva mandato due motovedette a intercettare la barca, che però erano dovute rientrare in porto per le avverse condizioni del mare.

Al termine di un’indagine durata più di due anni, la Procura di Crotone ha chiesto il rinvio a giudizio per gli imputati nel luglio del 2025. Si sono costituiti parte civile 65 dei sopravvissuti al naufragio e sei organizzazioni di ricerca e soccorso: EMERGENCY, Louise Michel, Mediterranea Saving Humans, Sea-Watch, SOS Humanity e SOS MEDITERRANEE.

Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, sono 33.200 le persone morte o disperse nel Mediterraneo dal 2014. La mancanza di interventi tempestivi e adeguati da parte dell’Italia e di altri paesi dell’UE per soccorrere le imbarcazioni in difficoltà, come è avvenuto presumibilmente nel naufragio di Cutro e in quello di giugno 2023 vicino a Pylos, in Grecia, ha contribuito a questo bilancio drammatico.

Come chiarito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nella causa Safi e altri c. Grecia, l’Italia, in quanto parte della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e in virtù del diritto alla vita, è tenuta ad adottare misure volte a salvaguardare la vita delle persone che si trovano sotto la sua giurisdizione. Quest’obbligo presuppone anche azioni di soccorso tempestive quando sono a rischio delle vite umane.

Le autorità italiane sono inoltre obbligate a intervenire in caso di situazioni di pericolo in mare in base alla Convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare e alla Convenzione internazionale sulla ricerca ed il salvataggio marittimo. Il Regolamento dell’UE sulla sorveglianza delle frontiere marittime esterne elenca i fattori rilevanti per valutare se un’imbarcazione è in una fase di incertezza, allarme o pericolo, tra cui la navigabilità del natante, il numero di persone a bordo rispetto al tipo di natante e le condizioni e previsioni meteorologiche e marine.

«Questo caso dovrebbe mandare un chiaro segnale alle autorità italiane ed europee», ha concluso Sunderland. «Quando ci sono vite in pericolo in mare, la priorità dev’essere solo quella di portarle in salvo con la massima urgenza».

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